Live Wine 2017: degustazioni in rosa con cinque donne del vino

Sono cinque “donne del vino”, cinque produttrici, ognuna con la propria storia e azienda dal nord al sud Italia e non solo. Sono tutte accomunate da una stessa grande passione. Le ho incontrate durante l’ultima edizione di Live Wine 2017, Salone Internazionale del vino artigianale a Milano, e ho avuto la fortuna di scambiare quattro chiacchiere con loro e degustare i loro vini biologici e biodinamici, naturale espressione del territorio in cui hanno scelto di vivere e lavorare.

La prima che incontro è Alessia Bertaiola dell’azienda agricola biologica Monte dei Roari, che si trova in Veneto, per la precisione sulle colline di Valeggio sul Mincio, zona di elezione del Custoza e del Bardolino.
Dopo aver lavorato per anni nel campo delle biotecnologie, nei settori del Controllo Qualità e della Ricerca e Sviluppo di alcuni grandi marchi della grande distribuzione e dell’industria alimentare, Alessia decide di rilevare nel 2007 l’azienda agricola Monte dei Roari. Proprio dalla sua precedente esperienza professionale deriva la sua consapevolezza della quantità e del tipo di prodotti estranei all’uva utilizzati nell’enologia convenzionale e ciò porta Alessia a intraprendere un percorso di conversione biologica.
Il suo surlie di uve Cortese, Trebbiano, Friulano e Malvasia è secco, sapido e piacevolmente acido. È fermentato in anfore di cemento, non sboccato. Si chiama “Sortie”, termine che nel dialetto locale indica la falda acquifera che si alza fino a fuoriuscire dal terreno. Freschissimo e originale.

Alessia Bertaiola Monte dei Roari
© Domenico Cosenza
Poi incontro Danila Mongardi, proprietaria di “Al di là del fiume”, molto più di un’azienda agricola che sorge nei colli bolognesi, ma anche agriturismo e soprattutto associazione che promuove l’ambiente, la cultura, l’arte e la socialità. Perché come dice Danila: “La nostra filosofia di riferimento è la biodinamica e la voglia di nutrire corpo e spirito. Il benessere dell’uomo e la fertilità della terra. Così il nostro motto è: coltiviamo le idee!”
Danila ha lavorato per anni nel sociale, poi ha deciso in qualche modo di coniugare questa sua grande passione diventata poi lavoro, con un’altra grande passione ovvero quella per la terra. Così lei e suo marito riprendono in mano le terre lavorate per anni da suo suocero e nasce così “Al di là del fiume”.
Quando le chiedo come vede oggi la sua azienda e quali siano i progetti ai quali tiene particolarmente mi risponde:

Siamo una piccola realtà che con passione crede negli incontri e negli intrecci tra persone e tra le arti . Siamo una realtà che ce la può’ fare solo con l’aiuto del territorio e di chi ha qualcosa in cui mettere energia e passione, siamo la casa della cultura… ali e radici!
Tengo molto ai progetti rivolti ai giovani per aiutarli a riscoprire la terra e a indirizzare le loro energie nella giusta direzione tra il cielo è la terra. Il progetto di chiama: giovani mani nella terra!
I suoi vini biodinamici – che recuperano vitigni antichi come l’Albana e il barbera – sono unici grazie alla vinificazione in anfora e a una lunga macerazione che li rendono freschi, eleganti e beverino. “Parlano di noi e della nostra storia” – aggiunge Danila – e sono coraggiosi!”
Molto interessante il suo Fricandò 2015 (in dialetto significa “casino” ma nel senso di pluralità armonica): Albana in anfora. L’Albana – antico vitigno autoctono del territorio bolognese – è vinificato con macerazione con le bucce dentro anfore di terracotta Toscana (che lasciano respirare e dunque “vivere” il vino). È di colore ambrato con sentori di frutta gialla matura come le nespole, ma anche autunnale come i cachi. In bocca è fresco e sorprendentemente tannico. Mi ha conquistata. Indipendentemente dalla bellissima filosofia su cui si basa la sua produzione.
Infine chiedo a Danila quale sia stato il suo contributo all’azienda come donna e come professionista nel sociale.
Come donna, e come tutte le donne, ho avuto il coraggio di ripartire dai miei figli.
Come professionista del sociale posso dire che gli anni spesi a lavorare in una cooperativa sono stati fondamentali perché mi hanno aperto gli orizzonti, forgiato la mia personalità e dato maggiore maturità.
Danila Mongardi Al di Là del fiume
© Valentina Macciotta

C’è chi produttore di vino nasce e chi produttore di vino diventa. Per scelta, una scelta di vita. Questo è il caso di Valentina Passalacqua, donna del vino che ama il suo Gargano e che è tornata alla terra dopo aver intrapreso un percorso di brillanti studi che l’avrebbe portata a diventare una manager nell’azienda di famiglia. Dalla scelta coraggiosa di lasciare una strada sicura, è nata la sua azienda vitivinicola che produce vini naturali – che definisce “forti, decisi, autentici” proprio come lei – prodotti secondo i principi della biodinamica che presta attenzione soprattutto ai ritmi della natura.

“Con il biodinamico, la vigna è concepita come un essere vivente – ci svela Valentina – e il vino come un liquido vivo. La biodinamica restituisce al terreno la sua vitalità aiutando la vigna a superare anche i periodi più difficili. Infatti a rendere unici i miei vini è il terreno. Li produco in modo naturale, esaltando la tipicità del luogo. Questa terra è un manto di pietre bianche calcaree. Qui le pianta per sopravvivere deve essere necessariamente forte e riuscire a spingere le sue radici in profondità, per trovare quelle fessure a cui ancorarsi. I preparati servono a rendere forte la pianta e una pianta robusta regalerà al vino un carattere particolarmente espressivo. Questa è la caratteristica del mio vino. La mineralità della terra, l’uso di soli lieviti indigeni e una vinificazione naturale che non prevede chiarifiche nè filtrazioni, riporta nel bicchiere tutte le caratteristiche del Gargano. Questo vino è unico – conclude Valentina – perché solo qui si può fare in questo modo. L’unione fra un territorio e una vignaiola, che tende a spingere questa naturalezza e ad esaltarla. Non a soffocarla ma a farla crescere”.
Quando le chiedo come è nata la sua azienda e perché lei mi risponde così:

La mia azienda nasce quando ho avuto la mia prima figlia, Giulia. Diventare mamma ha risvegliato in me l’esigenza di tornare alla terra, luogo in cui ho vissuto tutta la mia infanzia. La maternità ha fatto tornare prepotentemente alla luce il mio bisogno di un contatto diretto con la natura, come stare a piedi nudi. Ho scelto di produrre vino, perché il vino è vivo. E io come una madre mi occupo di lui, partendo dalla cura della vite, poi lo vedo crescere e maturare, gli trasmetto la mia personalità, gli riservo tutte le mie attenzioni. E questo fa del mio vino un figlio forte e passionale. Il vino è figlio di chi lo produce.

Ma il vino è anche figlio di un territorio ecco perché chiedo a Valentina Passalacqua quale sia il suo legame con il territorio e la filosofia che ne deriva. E lei mi risponde definendo “intimo” il suo rapporto con la terra. “Non a caso le mie etichette rappresentano il profilo della montagna che abbraccia i vigneti” – prosegue la produttrice – “e il mio sogno è quello di far venire il mondo qui. Mi sento coinvolta in una grande sfida, che è quella di valorizzare un territorio che merita e che ha bisogno di trovare la sua espressione. La mia filosofia è quella di fare da attivatore, da fermentatore per innescare questo fenomeno”.

Infine le chiedo quale sia il contributo che ha dato alla sua azienda in quanto donna e mi ha risposto con queste belle parole:

La sensibilità al femminile è un valore aggiunto. Tutto questo è nato da un parto. Prima il parto di una figlia femmina, poi parto di una seconda figlia femmina, che mi ha regalato un secondo slancio. La nascita di Giulia, la mia prima figlia, mi ha spinta ad iniziare, quella di Agnese, mi ha dato la spinta a rilanciare. Ogni parto ha suscitato una altro livello di consapevolezza e quindi di crescita. Ecco perché anche i miei vini sono verticali, sono tesi dalla terra al cielo, dal sottosuolo al cosmo, con una visione fortemente olistica. Una interconnessione con gli elementi della natura.

Valentina Passalacqua Live Wine 2017
© Domenico Cosenza
Poi incontro Joy Kull, giovanissima americana che ha lasciato il suo lavoro a New York per imparare a produrre il vino in Italia. Si è trasferita sulle colline di Gradoli sul Lago di Bolsena e dopo uno stage in una grande azienda vitivinicola, ha scelto di portare avanti da sola una sua attività. La Villana è il nome della sua azienda di circa 10 ettari: 2 ettari sono vigne antiche da cui proviene l’uva con cui ha prodotto i suoi primi vini biodinamici. Che sono appunto un tuffo nel passato, in quella storia contadina tutta italiana. Il suo progetto è quello di piantare vitigni autoctoni in circa 3 ettari della sua azienda. Un bel progetto di recupero e valorizzazione del territorio italiano, da parte di una giovanissima, intraprendente e appassionata americana. A Live Wine 2017 ha presentato quattro vini: un Rosso (da uve Grechetto, Montepulciano, Cannaiolo e Ciliegiolo), un Bianco (Provanico e Malvasia), un Rosato (Grechetto e Procanico) e infine Rosso Carbonic (100% Aleatico). Quest’ultimo il mio preferito per fragranza e carattere. Ma il bello – e il buono – di questa azienda dovrà ancora arrivare. Da tenere sott’occhio.

Il suo rapporto con il territorio del quale si è innamorata e che l’ha strappata dalla sua terra di origine – gli Stati Uniti – lo definisce così:

La terra, nostra madre, comanda tutto. La terra dove sorge la nostra azienda non è veramente. E noi non siamo altro che proprietari di passaggio. Noi abbiamo l’onore di stare qui, quindi cerchiamo di applicare questa idea in tutto che facciamo. Vorrei dare più che tolgo. Io ringrazio la terra che ci da abbastanza per fare un po’ di vino che ci aiuta a sopravvivere. In cambio, cerco di aumentare la biodiversità, ascoltare a quello che ha bisogna lei, e sopratutto rispettarla.

Quando le domando quale sia il valore aggiunto che da all’azienda in quanto donna e professionista lei mi sorride e mi risponde così:

Cerco di non vedere le cose diverse solo per il fatto che io sia donna. (una cosa talvolta difficile qui in Italia), Sono una femminista, perciò vorrei essere trattata allo stesso modo di un uomo. Invece come professionista, confesso di essere una perfezionista. Mi piace avere sempre il controllo su tutto e spesso ho poco pazienza. Cerco sempre di abbattere gli ostacoli che si frappongono tra me e i miei sogni.

La villana joy kull
© Domenico Cosenza

L’ultima produttrice che ho incontrato – peraltro l’unica che non ha un’azienda in Italia –  è Kristina Mervič dell’azienda JNK di Nova Gorica in Slovenia. Kristina è molto legata alla storia e alla tradizione di famiglia e mi trasmette subito la sua passione. Tra i momenti che più mi hanno colpito della degustazione in sua compagnia, è quello in cui mi ha mostrato l’etichetta dei suoi vini dove è rappresento il fossile Mervicia exima gen, rarissimo esemplare di conchiglia, scoperto dallo zio Jože nella palude Barje di Lubiana. Con lei abbiamo fatto una lunga chiacchierata e degustazione, lunga come la vita dei suoi splendidi vini biologici. “La longevità – ci ha spiegato – deriverebbe dall’uva coltivata su una particolare tipologia dei terreni costituiti da un’alternanza di strati di marne e argille nobili”. Il suo Merlot 2008 mi ha fatto venire voglia di fare presto un fine settimana dalle sue parti.

Kristina Mervič JNK
© Domenico Cosenza
Ringrazio le cinque produttrici per avermi accolto nei loro stand durante la manifestazione e in particolar modo Danila Mongardi, Valentina Passalacqua e Joy Kull per aver accettato di essere intervistate dopo il nostro incontro a Live Wine 2017.

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